Sabina Mater - Intervista alla dott.ssa Paola Santoro
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Proverbi Sabini

’A ficora matura vò ddu còse: abbitu de porittu e lacrima de mignotta.(continua )
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Intervista alla dott.ssa Paola Santoro

Riportiamo per intero l’intervista data il 21 giugno 2005 dalla dott.ssa Paola Santoro, direttrice degli scavi in Sabina per l’Istituto di Studi sulle Civiltà Italiche e del Mediterraneo Antico del CNR.

Lei al telefono mi ha chiesto della mappa della Sabina storica. Quando nel ’73 con il professor Pallottino facemmo questo catalogo dedicato alle scoperte di Colle del Forno, nell’introduzione tracciammo schematicamente quelli che potevano essere i confini della Sabina storica nel quadro delle popolazioni dell’Italia media, sulla base delle fonti di Strabone e di tutto quello che si sapeva.

Sono passati tanti anni dal 1973, però fondamentalmente direi che questa cartina rimane valida, ricordando che è un punto di vista... diciamo cosÏ... archeologico oltre che storico.

Nella parte meridionale c’è questa alternanza del confine che teoricamente dovrebbe essere sull’Aniene, però ben presto si attesta praticamente sotto Eretum, all’altezza di Monterotondo.

Secondo Strabone la regione sabina vera e propria si sviluppava per una lunghezza di quasi 1000 stadi: il confine orientale distava 80 stadi dal mare adriatico, quello occidentale 240 stadi dal mar tirreno. Per quanto riguarda una delimitazione settentrionale e meridionale possiamo prendere, pur con una certa cautela dovuta più che altro ad una situazione storica, il corso del Tevere e il corso dell’Aniene.

Questo in linea generale, perché poi sul Nera e sull’Aniene c’è stata da una parte l’espansione dei Latini, dall’altra quella degli Umbri e quindi queste aree meritano studi approfonditi sulla base dei dati della cultura materiale.

Gli scavi e i risultati nella necropoli di Colle del Forno hanno rivestito un ruolo fondamentale per l’avvio di una serie di ricerche a Cures e a Poggio Sommavilla, con il risultato di focalizzare l’interesse degli studiosi sulla cultura dei Sabini della Valle del Tevere.

Con il termine Sabini della Valle del Tevere s’intende definire un ramo dei sabini che dalla conca reatina, oltrepassata la catena dei monti sabini, occuparono i territori posti sulla rive sinistra del Tevere, come ci dicevano le fonti, fondando città senza mura, Cures, Eretum, e poi altre d elle quali la storia non ci ha conservato la memoria del nome m che sono stati riconosciute in base alle evidenze archeologiche: Poggio Sommavilla e a Magliano Sabina.

Parlando di Sabina antica si può suddividerla nelle zone comunemente conosciute come: Sabina Tiberina, Sabina Romana, Valle Santa...?

Beh...no, quella è una divisione successiva... Dal punto di vista storico archeologico possiamo parlare di Sabina Tiberina, quella di cui abbiamo parlato sin qui e di Sabina interna, che è quella conquistata.

Possiamo parlare di Sabina Appenninica?

Potremmo parlare di Sabina tout court. Siamo in grado di definire sabina la cultura di questa area più interna grazie agli scavi di Norcia, della Soprintendenza archeologica dell’Umbria e a quelli di Amatrice, condotti dalla Dott.ssa Alvino, responsabile della Sabina nella Soprintendenza archeologica per il Lazio.

Alcuni ritrovamenti , effettuati a Rieti durante interventi di urbanizzazione, di cui dette notizia Massimo Firmani, relativi alla fase dell’età del ferro, mostrano fortissime analogie con i materiali della stessa epoca, provenienti dagli scavi di Cures e dalle ricerche a Campo del Pozzo. Ancora un piccolo tassello riguardo la tradizione della discesa di questa popolazione dai piedi del Gran Sasso verso Rieti e poi nella Valle del Tevere. Si ricorda che è menzionata anche una discesa di gruppi di popolazioni sabine verso verso l’Adriatico. E’ chiaro che nel momento in cui i Sabini scendono nella Valle del Tevere, vengono a contatto, ponendosi direttamente sul fiume, con quei flussi commerciali e culturali che vedono come attori i Falisci, poi gli Etruschi dell’Etruria interna e anche gli Etruschi dell’Etruria Tiberina, con Veio, Cerveteri e anche Roma, e si inseriscono in questa koinè culturale, sviluppando nei loro insediamenti una cultura che, come ci dice Fabio Pittore ( Dionisio di Alicarnasso II, 38,24 e Stradone V,3,1 ), non aveva niente a che invidiare come lusso e raffinatezza a quella degli etruschi.

Ora noi rincorriamo questi dati delle fonti: gli scavi iniziati nella necropoli di Colle del Forno nel ’73 ci hanno permesso di dare concretezza ai dati delle fonti. Lo scavo di una tomba principesca, della fine del VII sec., ha dimostrato che il signore di Eretum esibisce nella sepoltura gli stessi caratteri di potere e ricchezza quali erano stati quelli dei principi sepolti nelle tombe Regolini-Galassi di Cerveteri e Barberini e Bernardinidi Palestrina. Lamine d’oro decorate da motivi geometrici, che decoravano le vesti, vasi di bronzo e di impasto bruno riccamente decorati, l’armamentario del banchetto un calesse con una ricca decorazione in lamine di bronzo e la parure che costituiva la bardatura completa dei cavalli da tiro: ciò effettivamente costituisce un unicum nel quadro dell’Italia centrale, per cui alla fine del VII sec ad Eretum si può parlare di una classe aristocratica che si poneva quanto a potere e ricchezza sullo stesso piano delle aristocrazie etrusche e che conosceva ed usava la scrittura come mostrano le ricche tombe di Magliano e Poggio Sommavilla.

Abbiamo poi gli scavi di una città Cures, considerata la capitale dei Sabini del Tevere: da qui proveniva Numa , secondo re di Roma, che si trova sulle alture in contrada Talocci. Certo non essendo una necropoli i materiali sono costituiti da ceramica d’uso comune da tavola e da mensa, ma anche d’osso, e resti di attività artigianali, che testimoniano la vita di una comunità che sviluppa una cultura propria ben inserita tra le comunità tiberine come i Falisci i Capenati, Contatti con i centri dell’Etruria (Vulci) sono testimoniati, già a questo livello cronologico, dalle produzioni rosso su bianco, una classe molto nota tra la fine dell’VIII e la prima metà del VII sec nell’Etruria. Le ricerche topografiche hanno permesso di individuare altre due città: Poggio Sommavilla e Magliano Sabina, delle quali conosciamo le necropoli grazie agli scavi.

I corredi delle tombe sono costituiti da vasi d’impasto bruno decorati ad incisione, che cominciano alla fine del settimo e perdurano fino alla metà del sesto secolo a.C.. Sono testimoniate produzioni di olle e di anfore definite sabine- proprio per la loro peculiarità- con una decorazione a cilindretto sulla spalla che caratterizzano la cultura materiale sempre in questi due insediamenti (Magliano Sabina e Poggio Sommavilla). Come già ricordato è importante sottolineare che dall’area più settentrionale provengono dei documenti scritti: una fiaschetta miniaturistica che proviene dagli scavi ottocenteschi di Poggio Sommavilla, in cui c’è una piccola iscrizione, e poi da Magliano Sabina abbiamo tre ollette frammentarie anche loro recanti un’iscrizione che allude al vino e al banchetto: entrambe ci rivelano che sullo scorcio del VII sec la classe aristocratica che seppelliva i propri morti nella necropoli del Giglio per quanto riguarda Magliano, e nella necropoli di Poggio Sommavilla, conosceva un sistema alfabetico attraverso il quale esprimeva la propria lingua. Questo dato connota i sabini del tevere come un gruppo acculturato e ben inserito nell’area tiberina. Certo di questi sabini conosciamo relativamente poco, soprattutto se confrontiamo i nostri dati con quelli di altre popolazioni italiche, visto che a Colle del forno sono state scavate 25 tombe, adesso abbiamo ripreso gli scavi da due anni; anche a Poggio Sommavilla, scavata nell’800, è e poi negli anni 70-80 del secolo appena finito dalla Soprintendenza archeologica del Lazio, le tombe note saranno 50: in tutto non arriviamo a 100.

A Magliano Sabina abbiamo fatto un piccolo intervento nella necropoli del Giglio dove abbiamo intercettato una decina di sepolture in parte distrutte dai lavori agricoli.Nel quadro generale di quello che si potrebbe fare,però, questi sono solo piccoli lumi, importanti tuttavia perché hanno permesso di delineare un profilo culturale di questa popolazione per cui possiamo oggi affermare che i sabini del Tevere sviluppano una cultura propria che si inserisce comunque in una koiné più ampia alla quale partecipano i Falisci, i Capenati e i Veienti e poi gli etruschi dell’etruria interna,quelli che abitavano intorno al lago di Bolsena.

I Sabini influenzano le altre popolazioni in un certo modo?

Per alcune tradizioni vascolari forse sì, però per questo bisogna sempre partire dal presupposto che i Sabini sono un po’ i parenti poveri, non perché non avessero molto, ma perché dei Falisci e degli Etruschi si sa di tutto e di più. E’ proprio un problema di bagaglio conoscitivo. Io poi, in alcuni interventi ho cercato di illustrare quello che era il profilo culturale dei Sabini della analizzando le produzioni vascolari dalla fine dell’ottavo secolo alla fine del sesto secolo a.C. Anche per Norcia, gli scavi di questi ultimi anni, fatti dalla Soprintendenza dell’Umbria, hanno enucleato una fase protostorica di quest’insediamento che molto ha della cultura sabina, facendo capire che anche il territorio di Norcia, come testimoniato da questa piantina, era sabina, però io penso che dire sabini del tevere, o dire sabini della sabina interna, corrisponde a realtà storiche ben definite anche sia nella percezione che i Sabini avevano di sé sia come li vedevano i popoli vicini. Che i Sabini, pur nella loro diaspora nella valle del Tevere, e su, verso l’Umbria, avessero comunque un’idea della loro origine comune noi lo vediamo attraverso le tradizioni e le vicende che vengono riprese dagli storici romani che dovevano far parte di quelle che si chiamavano le storie epicorie cioè un nucleo di leggende che ogni popolo porta con sé , e a noi rimane solo la leggenda relativa all’origine di Cures con il racconto della nascita e le imprese di Modio Fabidio che la fondò, che riprende quella di Romolo e Remo. Le fonti ogni tanto ci riportano dei frammenti in cui si parla un Pater Quirinus, legato a Cures, di un Pater Reatinus legato a Rieti, una serie di leggende che cercavano di spiegare la diaspora di questa popolazione dai piedi del Gran Sasso verso il Tevere. Di questa popolazione noi conosciamo i gruppi che si sono fermati nei siti strategici che guardavano il fiume, a partire dalla fase più recente dell’età del ferro, quindi Cures, Campo del Pozzo, Eretum a Casacotta, poi salendo Poggio Sommavilla e Magliano. Questi insediamenti nel corso del periodo orientalizzante , grazie alle influenze dei popoli al di là del Tevere, raggiungono una dimensione urbana cioè possiamo dire che divengono città. Come dicevo l’altra volta però, il termine città non calza bene ai Sabini; le loro sono città in quanto lo spazio dedicato ai vivio da quello dedicato ai morti, un passo notevole per una popolazione protostoroca, ma non si adeguano pienamente al modello latino ed etrusco di città; infatti non abbiamo testimonianza di costruzioni della casa della divinità il tempio. Per queste popolazioni il tempio, anzi il santuario, rimane sempre fuori, un punto di incontro in luoghi strategici nella valle del Tevere. Il caso più noto è il Lucus Feroniae ma forse anche Forum Novum stesso conserverebbe nel nome il termine latino Forum il ricordo di un antico luogo d’incontro tra santuario e mercato. A Poggio Sommavilla abbiamo invece proprio la dimostrazione che nel corso dell’orientalizzante recente, che è la prima metà del VII sec, c’è questo cambiamento: il voler distinguere l’abitato, che si sistema su una serie di alture, come Magliano, che è quello più simile agli insediamenti etruschi da un punto di vista di conformazione dell’altura su cui sorge, dalle necropoli. I morti venivano deposti con il corredo e gli oggetti che ne definivano il grado sociale. Però con la seconda metà del sesto secolo c’è una differenziazione nel corredo: nella necropoli di Eretum si assite ad una riduzione del corredo, il morto viene sepolto solo con gli ornamenti strettamente personali (spade, scettro...) e le camere sepolcrali sono momumentali: attraverso la monumentalità della tomba si riconosceva la rilevanza sociale del defunto. Mentre inizialmente quindi la grandezza del defunto si desumeva dalla ricchezza del corredo, si va verso una monumentalizzazione della tomba, con la deposizione di oggetti sempre meno numerosi ma più preziosi, come anche ceramiche di un certo livello ecc... Intorno agli insediamenti maggiori tra la fine dell’orientalizzante ed il periodo arcaico si organizza il territorio da loro dominato con una serie di insediamenti minori situati lungo i torrenti di maggiore portata, per cui si dominava tutta la valle del fiume, o in vicinanza di ampie distese, sfruttabili per fini agricoli o per l’allevamento. Verso la fine del VI e nel V secolo assistiamo ad una occupazione più capillare delle campagne, anche con fattorie. Questa organizzazione perdura fino alla conquista della Sabina da parte dei Romani con le operazioni militari di Curio Dentato nel 290 a.C.. Cominciano ad apparire, al posto delle fattorie sabine, le prime ville romane, ville rustiche che inizialmente convivono con gli insediamenti rustici dei Sabini, e forse continuano a vivere anche gli insediamenti, in particolare Magliano e Poggio Sommavilla. Poi tra la fine del II e il I sec. a.C. l’organizzazione territoriale dei Sabini lungo il Tevere collassa, i romani fondano i municipi , luoghi deputati all’amministrazione dei territori, la vita si sposta nelle campagne , e le città sabine , fuori da questa nuova organizzazione territoriale lentamente cadono nell’oblio.

I siti archeologici sono visitabili?

Il turista può andare nei musei, a Fara, a Magliano, i siti non sono visitabili. Forse in futuro solo a Colle del Forno, dove con la collaborazione del comune di Montelibretti e la direzione dell’area della ricerca del CNR di Roma 1 cerchiamo di musealizzare l’area della necropoli e valorizzarla per visite guidate e didattica per le scuole.

Per quanto riguarda il Pantheon dei Sabini, è possibile ricostruirlo con una certa precisione?

Per l’epoca protostorica siamo sicuri che veneravano le divinità della natura un nome per tutti : Feronia.

Visto che il nostro progetto è volto anche ad un’opera di ricostruzione culturale e storica dell’identità sabina, e visto anche che ci concentriamo molto sul concetto di maternità, legato alla Sabina, pensa sia concettualmente corretto presupporre l’esistenza di divinità prettamente sabine, che possano eventualmente costituire un “contributo” storico e religioso della Sabina?

Solo Feronia. Una divinità strettamente legata ai cicli della Natura. Attenzione però, anche Feronia è un nome che ci arriva attraverso i Romani, quindi non è detto che fosse quello originario.

E riguardo le donne sabine e il loro ruolo nella società? Noi abbiamo trovato informazioni che godessero di una certa libertà...

Questo non possiamo saperlo. Ricordo che quando, appena laureata, cominciai a scavare a Colle del Forno, di fronte a corredi specificamente maschili per la presenza di spade e pugnali, ricordo il professor Pallottino che disse “Evidentemente...dopo essersele fatte rubare, le donne le buttavano nel fiume!”. Dal punto di vista archeologico non abbiamo testimonianze di questo tipo. Ad ogni modo bisogna sempre fare giustizia: nel catalogo “I Sabini - La vita, la morte, gli dei”, curato dalla dott.ssa Alvino, viene pubblicata una tomba rinvenuta vicino Poggio Sommavilla, una tomba principesca in cui c’è un paio di sandali...una volta tanto si trattava di una donna. E probabilmente anche la tomba in cui è stata trovata la fiaschetta con l’iscrizione, a Poggio Sommavilla, potrebbe essere femminile, di una giovane fanciulla. Ad ogni modo se godessero di una certa libertà non ci è dato sapere... Se poi vogliamo dire che godevano di una certa libertà perché se ne erano andate, si erano scelte i mariti... allora... di tutto di più!...

Riguardo alle origini dei Sabini? A Fara ci aveva accennato a diverse ipotesi, tra cui una riguardante una discendenza spartana...

I sabini si sentivano un po’ la popolazione autoctona primordiale, anche per la loro locazione centrale, che li faceva sentire al centro della penisola un po come gli Umbri, che si definivano Umbilus Italae; poi ai Sabini si facevano risalire un po’ tutti i popoli italici, dai Piceni, i Sanniti: tutti erano partiti sotto un’insegna totemica e avevano colonizzato l’Italia antica. Una tradizione che risale alla storiografia del IV sec a.C. conferisce ai sabini un origine greca collegandone l’origine ad un gruppo di spartiati che erano approdati sulle coste dell’Italia dalle parti dell’odierna Terracina (dove non a caso si trova un santuario dedicato a Feronia) che poi sarebbero risaliti verso le zone interne sarebbe per i Sabini un percorso inverso a quello noto visto che nel racconto degli antichi storici li abbiamo visti discendere dal Gran Sasso... Alcune ipotesi di studio sui segni del sistema scrittorio dei sabini hanno portato alcuni studiosi a riconoscere in questo alcune similarità con l’alfabeto greco, ritenendo quindi che i sabini avessero ricevuto l’alfabeto direttamente dai Greci, piuttosto che attraverso la mediazione degli Etruschi.

Riguardo all’economia Sabina?

La loro era un’economia pastorale, integrata poi da coltivazioni, ma nel VII sec era sicuramente fondata su un allevamento transumante, Sulla stessa via dei tratturi battuti dalla transumanza si modellarono le rotte commerciali che tanta importanza ebbero per lo sviluppo della cultura materiale e per la civiltà di queste popolazioni. Poi nel VI sec le fattorie ci testimoniano un’economia basata anche sull’agricoltura, ulivo, vite...Avendo la ricchezza del bestiame avevano la possibilità di una circolazione di beni a più ampio raggio, e venivano importati oggetti da varie aree, oltre che dagli etruschi e dai latini, probabilmente anche dalla Grecia, anche se rimane da dimostrare se fossero ricettori “in prima battuta” o in “seconda”: esperienze mediate dalle città della costa. L’artigianato è certamente presente, vedi le anforette sabine, su suggestione dell’etruria interna, così come anche la metallurgia. Ci sono comunque degli oggetti, come il rivestimento bronzeo del carro, che sicuramente non erano sabini (etruschi?). Non è comunque da escludere che partecipassero ad una circolazione di oggetti che non era solo etrusca e latina, ma poteva ampliarsi ad altre zone.

Ci chiedevamo se esistesse qualche testimonianza riguardo all’alimentazione tipica sabina del tempo...

Potremmo vedere Catone, nel De Re Rustica, ma comunque relativamente ai Sabini di epoca romana: si parla delle ville, delle abitudini di vita, potreste trovare qualcosa...

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